05 Feb Con la parola, fare rito
Una stanza, una tavola apparecchiata, una frase a metà,
i suoni notturni di una guerra mondiale in sottofondo
o i dialoghi filosofici tenuti alla corte di un re:
che cosa rende caratteristico e specifico il tempo che passiamo a vivere?
Che cosa rende “tempo” lo scorrere di eventi a cui partecipiamo nel corso di una vita?
Il tempo non passa perchè qualcosa accade, non scorre perchè riempito da una serie di eventi in sequenza.
Il tempo è una funzione del nostro cambiamento e del modo in cui meditiamo le trasformazioni che ci attraversano.
La vita, la realtà, la Storia sono quello che sono- indipendenti da noi.
Il tempo non esiste, se non nel racconto che ne facciamo.
È una funzione del nostro esserci.
I suoi confini sono delimitati dalle trasformazioni che porta.
Il tempo è una questione di parole: le parole con cui descriviamo le cose, le parole con cui le pensiamo, quelle con cui ci pensiamo e descriviamo.
Dopo il corso dedicato ai Varṇa- i 4 ruoli vedici con cui possiamo partecipare attivamente alle cose e dar loro forma- sapevo che sarebbe servita una guida, per scegliere come pensare e raccontare il nostro modo di stare al mondo.
Ogni volta che scegliamo come partecipare alle cose, agiamo come spazio- influenziamo lo spazio, lo modifichiamo, vi lasciamo tracce.
Ma se vogliamo dare un senso e una prospettiva a quello che facciamo, dobbiamo considerarci tempo- e parola.
La guida che cercavo, mentre meditavo sul passaggio tra essere spazio ed essere tempo, è arrivata nella forma di un romanzo.
Ne Gli Anni di Virginia Woolf non succede quasi nulla.
Gli eventi sono sempre sullo sfondo, persino le colonie inglesi in Africa, la Prima guerra mondiale, i matrimoni, le nascite e le morti. Persino i ruoli che i personaggi ricoprono nell’arco di una lunga vita- da figli a zii e nonni, da bambini che giocano in cortile a medici o soldati.
Gli anni passano perché i personaggi crescono, capiscono, si trasformano e si pensano e raccontano in modi sempre diversi, eppure coerenti con ciò che sono stati fin dall’inizio.
Questa postura del raccontare- che non legge il tempo come una linea di cause ed effetti, ma come una sequenza di passaggi trasformativi- è la stessa di Gārgī, una figura della filosofia post vedica che amo tantissimo.
Woolf era una scrittrice, Gārgī una Brahmavādinī: una filosofa, una donna (ce lo dice la desinenza in -i della parola) che parlava (vād) dell’Assoluto, della Coscienza, della filosofia (Brahman.)
Woolf era una romanziera, Gārgī una tessitrice: facevano lo stesso lavoro.
Nella Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, Gārgī si presenta alla corte del re Videha, per intrattenersi in un dialogo con il saggio Yājñavalkya: alla conferenza di saggi voluta da Videha partecipano in molti, ma Gārgī è l’unica che sprona Yājñavalkya fino al limite del dicibile.
Gārgī non vuole sapere il perchè delle cose, non vuole nessi causali. Vuole arrivare là dove le spiegazioni razionali e logiche finiscono e si arriva al nocciolo della questione:
Chiede: “Su cosa si regge tutto?”
“Su Akṣara- ” l’immutabile, la sillaba, il suono originario e primordiale- risponde Yājñavalkya.
“E su cosa si regge Akṣara?”
Gārgī sa che la sua domanda è sfrontata.
Sa benissimo, lei che è tessitrice di pensieri e parole, che non c’è nulla di più profondo del suono, che è la base della parola con cui pensiamo e raccontiamo.
Gārgī sa che la risposta a questa domanda consentirà a tutta la corte del re Videha, a tutti i saggi riuniti in conferenza, di decretare se Yājñavalkya è un vero saggio.
“Non si può andare oltre questo, Gārgī. Non proseguire con le tue domande.”
Il senso ultimo delle cose, la base su cui poggiano, è il suono- la parola con cui le chiamiamo, con cui diamo loro forma.
Gārgī si conferma come la magistrale tessitrice che è; in Yājñavalkya è riconosciuto un nuovo, grande saggio.
La parola di Yājñavalkya e Gārgī non spiega, non risolve, non punta ad una dimostrazione o conclusione.
Quando è così, per la filosofia vedica e post vedica la parola è donna- srotola, intreccia, riconosce.
È donna non in un senso identitario, ma in riferimento alla qualità femminile del tenere insieme senza chiudere.
Ed è Yajña- rito trasformativo- perchè non è propria dello spazio, della tridimensionalità e causalità delle cose, ma è del tempo: va a fondo in quello che le cose rappresentano e in come ci cambiano.
Nella sua filosofia, scienza medica e arte teatrale, l’India ha un nome, per questo tipo di parola: Saukumārya, che è la finezza di un racconto disinteressato a mettere gli eventi o le vite in sequenza, per strizzarli nella forma rassicurante della cronologia e delle spiegazioni.
Saukumārya è il modo elegante e colto di raccontare e raccontarsi, in funzione della trasformazione che gli eventi hanno portato.
Quando lo facciamo, la vita intera si manifesta come rito. E noi siamo profondamente femminili, donne.
In “Saukumārya: finezza di donna che srotola e intreccia storie,” saremo Woolf e Gārgī. Useremo la teoria vedica dei 5 grandi rituali, i Pañca Mahā Yajña, per tessere insieme gli eventi della nostra vita, in forma di gesto corporeo e sonoro.
Non saremo una serie di eventi a cui dare senso, ma un flusso ininterrotto di trasformazioni, da raccontare con finezza, perché la nostra forma viva non soffochi, non si irrigidisca, non muoia per il tentativo di renderla logica e consequenziale.
Il corso partirà il 16 febbraio.
Il 21 febbraio svilupperemo la componente più tecnica e yogica di questa riflessione in una lezione per il ciclo Sthira-Sukha.
In “Āsana . Bandha . Mudrā- il corpo, allenato, diventa eversivo e mistico” studieremo e praticheremo la relazione tra i tre strumenti principali con cui l’Hatha Yoga riesce a far diventare tempo ed energia il nostro essere materia, spazio e corpo- come Āsana, Bandha e Mudrā ci prendono come corpo e ci fanno diventare donna.
Mercoledì 11 febbraio, alle 19 entreremo in questo nuovo tema con la lezione gratuita “Hamsa: serve tutto il corpo, per orientarsi elegantemente tra i pensieri.”
Che queste mie parole siano foriere di tante, vostre parole,
con cui fare di ogni evento un rito,
di ogni rito letteratura, filosofia e pratica di vita.
Vi lascio una pratica di auto-reiki con cui scivolare dolcemente nel fine settimana.
Trovate “Sciogliermi come suono, scrivermi come parola” su You Tube e Vimeo.
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