05 Gen Cosa divento, quando medito?
Ci sono piante, fiori e frutti da raccogliere in ogni stagione.
Inizio nella prima primavera, con la calendula, la piantaggine e la margherita.
Con le settimane che passano, arrivano le rose, l’ortica, la melissa, il tiglio.
Appena arriva l’estate, c’è l’iperico, seguito da lavanda, maggiorana, origano e dai fichi.
L’autunno è per le mele, il timo e le ultime foglie di basilico o di artemisia.
E, subito dopo la prima gelata, raccolgo la rosa canina: aspettiamo il freddo, perchè la sua percentuale di vitamina C aumenti e si stabilizzi.
Ma quest’anno è stata la soglia tra autunno e inverno, ad affascinarmi.
L’ho passata affondando le mani in un manto morbidissimo e profumato di miele, collegando pensieri, scoperchiando un ricordo.
Ho incontrato l’alisso per il suo profumo, anni fa.
Sa di alveare, di un dolce mai stucchevole, di armonia e presenza discreta, di fiducia che accompagna.
Quando cresce spontaneo, l’alisso si trova ai margini, nelle fessure, in piccoli cuscini fioriti: nel complesso ecosistema della natura, si prende il ruolo di ricucire e dare continuità.
Nel capitolo finale di “Guerra e Pace,” Tolstoj scrive della sua visione ampia e ricca della Storia.
Dopo due tomi in cui romanticismo e guerra, storie personali e Storia del mondo si intrecciano, Tolstoj accompagna a riordinare le idee sui fatti personali e universali. La Storia non è fatta dai grandi gesti, dagli eroi, dai combattenti, dagli zar o dagli strateghi. È fatta dai piccoli gesti e dalle opinioni che, ripetuti per migliaia di persone, agiti dalle menti e dalle mani di popoli interi, diventano come maree che si alzano e abbassano, determinando il corso degli eventi. Quegli stessi eventi che sembrano scaturire dal coraggio o dalla codardia, dagli interessi o dallo studio di pochi.
Ognuno ha il suo compito: inutile nasconderci dietro l’ombra di pochi e apparenti responsabili.
Credo sia stato nel punto in cui il profumo dell’alisso ha iniziato a parlare con le frasi di Tolstoj, che questa newsletter ha preso forma.
Secondo la cultura vedica, dentro ognuno di noi c’è un universo tanto ampio e complesso quanto quello che vediamo fuori.
Masse umane che spostano e scelgono il corso della storia si sovrappongono perfettamente a fiumi di ricordi ed emozioni, che determinano reazioni e interventi, riversandosi da dentro di noi a fuori.
Siamo tumulto, eserciti napoleonici che si spostano e combattono, zar che prendono e poi perdono il potere, inverni gelidi e storie romantiche in tempi di guerra e di pace.
Siamo contemporaneamente il risultato delle storie che ci hanno preceduto e fatto nascere, tutte le storie che vogliamo vivere e una forza capace di influenzare la Storia.

Come si guarda a tutto questo?
Come si guarda alla persona, nella sua interezza e complessità, responsabilità e fattività?
E come possiamo guardare a noi stesse, in questa prospettiva che è intima, politica e spirituale?
La cultura vedica trova quattro categorie e le chiama Varṇa.
I Varṇa sono colori, che danno forma visibile a qualcosa. Sono sfumature che consentono di distinguere una cosa dall’altra. Più precisamente, sono griglie, con cui discernere i diversi modi che abbiamo per stare nel mondo e partecipare allo scorrere e organizzarsi della sua storia.
Se fosse stato Tolstoj, con la sua scrittura corale e microscopica a dare loro un nome, adesso si chiamerebbero come popoli e idee e cammini spirituali.
E invece portano nomi antichi che la storia ha reso rigidi e gerarchici, ma che in origine indicavano quattro modi di stare al mondo, quattro possibilità da conoscere e saper incarnare: Brāhmaṇa, Kṣatriya, Vaiśya, Śūdra.
In ogni momento, che siamo uno dei personaggi impersonali e archetipici di “Guerra e Pace,” Yoginī impegnate a tessere i fili della filosofia vedica o semplicemente noi stesse, abbiamo sempre quattro modi per raccogliere chi siamo e agire nel mondo:
come conoscenza e orientamento
o responsabilità e azione
o produzione di nutrimento e sostentamento
oppure servizio e manovalanza.
Alla fine della raccolta, insieme alla dolcezza del di miele, è arrivato il pensiero che non ci è mai chiesto di incarnare un solo ruolo, di far parte di una sola corrente o forza della Storia: siamo tutti e quattro i Varṇa.
Prendiamo sfumature e manifestazioni diverse, le possiamo anche scegliere, informate dalla nostra etica e spiritualità.
Come l’alisso, riempiamo con la nostra pratica di vita le fessure della Storia e della nostra storia.

Immaginatelo al profumo del miele e del colore dei fiori dell’alisso e della neve che chissà quante volte Tolstoj ha guardato mentre scriveva, il prossimo corso, che parte il 12 gennaio:
Varṇa: prendere posto nel mondo e dargli forma.

Per entrarci pian piano, in questi giorni che sono ancora un po’ festa, di soglia e fessura tra il vecchio e il nuovo anno, ho registrato una meditazione.
Non siamo sole, nel riconoscimento e scelta del colore che possiamo prendere e infondere nella Storia in ogni momento.
Il processo per cui arriviamo ad incarnare una certa tinta, o Varṇa, è scandito in diversi passaggi, dalla cultura vedica.
Partiamo dal corpo, necessario e immancabile supporto di ogni pratica personale e passiamo per diverse forme del pensiero e del cuore, per arrivare a compiere la nostra scelta.
“Cosa divento, quando medito?” è su You Tube e Vimeo.
Infilo l’alisso, ormai essiccato, nei barattoli in cui si conserverà per i prossimi mesi, mentre sogno la neve e anche di essere una delle eroine romantiche di Tolstoj.
Ci vediamo nella meditazione e poi al corso.
Buon nuovo anno!
No Comments