23 Gen Tra Tapas e Pratyāhāra: il corpo pensante e la memoria futura
“Bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio,” diceva il Conte di Lautréamont nel suo poema, che poi diventò la pietra fondante del manifesto dei surrealisti.
Bello proprio in quel modo, di una bellezza che viene da accostamenti inattesi, al di là della logica e della razionalità, come fonte di meraviglia e shock.
Anche lo Yoga è bello così?-
mi sono chiesta.
A volte lo penso, a volte mi piace pensare che lo Yoga sia una forma d’arte.
Un corpo- niente di più naturale,
il respiro- niente di più quotidiano e irrinunciabile,
attenzione:
gli strumenti che fanno lo Yoga sono come un ombrello o una macchina da cucire, sono cose semplici, per fortuna.
Ma l’approccio che non li dà per scontati; il mettere corpo, respiro e mente al centro dell’esperienza e non al suo servizio; il combinarli insieme in modi che non vogliono essere belli, ma forieri di prospettive e profondità, fa dello Yoga una forma d’arte-
il tappetino come il tavolo operatorio, quello che ci appoggiamo sopra come un accostamento mai banale, per quanto basilare.
Sarà questa, la ragione per cui spesso mi capita di leggere delle vite e delle opere degli artisti e pensare che, dietro alla forma che hanno deciso di prendere nel mondo, ci sono Yogi e Yoginī?
Penso questo anche dell’artista Giuseppe Penone e dello storico dell’arte Aby Warburg, di cui vi parlo nel nostro secondo Aśrama Sonoro.
E lo penso anche di Patañjali, ormai lo sapete.
In “Tra Tapas e Pratyāhāra: il corpo pensante e la memoria futura” vi propongo un viaggio di fantasia e riflessione da fare insieme, che inizia con l’Essere Fiume di Penone, prosegue con Warburg che cita Kumbhaka Pranayama senza saperlo e arriva all’analisi di un verso degli Yoga Sūtra, per immaginare, alla fine, una possibile gestione yogica, ma anche artistica, delle cose in cui ci troviamo.
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